Manate di fuoco sul mio povero culo

monello_1All’asilo andavo dalle suore, anche perché nel mio villaggio impaludato sotto l’argine del Po c’era solo quello.

Non posso certo dire di ricordarmi bene quei due anni, se non per quelle robe divenute mitiche a forza di sentirle raccontare nei pranzi di famiglia.

Come il fatto che quando sottosera mia madre veniva a prendermi, la prima cosa che guardava erano le mie ginocchia. Se vedeva impresse nella pelle i segni dell’infamia, magari con qualche grumetto di sangue già rappreso, senza chiedere né come né perché, cominciava a menarmi di insanta ragione.

Con una mano mi bloccava il polso, e con l’altra calava manate di fuoco sul mio povero culo innocente così che, sberla dopo sberla, percorrevo zompettando come un anatroccolo sciancato tutto il vialetto di sassolini bianchi.

Già, quei sassolini bianchi, piccoli e appuntiti, sui quali suor Orsolina delle Orsoline, che dio non l’abbia in gloria, mi faceva inginocchiare per ore quando mi cacciava in castigo. E siccome allora portavamo le braghette corte anche d’inverno, ecco spiegato il mistero.

Se mia madre vedeva i segni dei sassolini sulle ginocchia, capiva che ero stato in castigo, e a sua volta mi puniva. Senza chiedere né chiedersi né il come né perché.

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