Libri, crisantemi ed altre cose leggere e vaganti

Di recente, sul mio profilo facebook, abbiamo parlato di gialli e di altre letture leggere e vaganti. Mi è venuto in mento l’ultimo capitolo di un mio libercolo (aggiornato al 2015) che forse può interessare a qualcuno…

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Libri, crisantemi ed altre cose leggere e vaganti

Di Montale ho amato soprattutto il suo snobismo nei confronti dei luoghi comuni. E se talvolta ricorro alla sedimentata saggezza popolare – ora sacralizzata dalla tv – e alle frasi di circostanza nelle conversazioni occasionali, a scuola, almeno, cerco sistematicamente di destabilizzare le presunte certezze largamente condivise attraverso filtri ironici e strabismi culturali. I luoghi comuni sono embrioni di pregiudizi. E i pregiudizi – si sa – vanno combattuti.

Un giorno, deambulando per un elegante centro commerciale, sono stato calamitato da un intrigante vaso di fiori: una sorridente esplosione di piccoli bottoni gialli. Era il periodo in cui si commemoravano i morti e il commesso – pensando ad un acquisto tombale – mi ha spiegato con grazia che erano bellissimi crisantemi giapponesi. Io, invece, li volevo per un pensiero d’amore. Ma la mia paziente consorte, quando ha ricevuto il dono, mi ha gratificato con un sorriso palesemente contraffatto, ha depositato il vaso in un angolo lontano del balcone in attesa di farlo sparire definitivamente dalla sua vista con la scusa di portarlo sulla tomba di mio padre.

Perché – dice mia moglie, che pure è una persona intelligente – i crisantemi fanno tristezza.

Eppure quella solare infiorescenza era vitale, allegra.

Da anni non regalo più fiori a mia moglie.

Anche nell’universo educativo stazionano talvolta pericolosi pregiudizi. Nei confronti dei videogiochi, ad esempio. Conosco colleghi che ancora auspicano crociate contro Pikachu e Goku, Digimon e Super Mario Bros, Lara Kroft e Aki Ross… Quasi che i loro giochini d’un tempo con bambole e soldatini fossero più intelligenti ed educativi delle strategie di Missile Command o di Asteroid.

Del resto nell’universo scolastico si invocano ad ogni più sospinto crociate contro la tv, la pubblicità, i social network, i cartoni animati (giapponesi, naturalmente!), gli sms…

Io sono allergico ai pregiudizi. E alle censure. E alle crociate. E alle stupide generalizzazioni: non tutti i cartoni animati giapponesi sono sciocchi (Hayao Miyazaki, ad esempio, ha prodotto dei veri e propri capolavori) certe pubblicità sono più poetiche di certe poesie che stazionano nelle migliori antologie scolastiche, con gli sms si possono partorire capolavori di condensazione espressiva, eccetera. E lo stesso vale per i videogiochi (Final Fantasy, per molti aspetti, è stupendo), le trasmissioni tv, i film, la musica…

In alcuni periodi della mia vita, ad esempio, ascoltavo solo musica progressive (e dintorni): Fleetwood Mac, John Mayall, Led Zeppelin, Cream, Yes,  Genesis, Zappa, Tangerine Dream, Black Sabbath, Colosseum, Pink Floyd (i miei preferiti in assoluto), Procol Harum, King Crimson, Emerson Lake And Palmer, Jethro Tull, Van Der Graaf Generator, Gentle Giant, Traffic… (ed è per questo che oggi ho simpatia per Radiohead, Sigur Ròs, Muse…). In altri periodi della mia vita, ascoltavo solo musica classica (Schubert, Mozart, Bach, Chopin, Mendelsonn, Chaikoskij…). In altri ancora mi sono infatuato del jazz, o della musica ambient e chillout, o…

Oggi, nel mio Ipod, convivono pacificamente – senza soluzioni di continuità e nemmeno suddivisioni in compartimenti – Vasco e Liga, Guccini e de Gregori, Einaudi e Allevi, Norah Jones e Kitaro, Pat Metheny e REM, Sade e Simon and Garfunkel, Mozart e Coldplay, Bizet e Metallica, Zucchero e Sigur Ros, Bob Marley e Rea, Bollani e James Taylor, Chopin e Grateful Dead, Neil Young e Petrucciani…

Lo stesso spirito fusion aleggia anche nella mia libreria, dove convivono felicemente, dorso a dorso, Kafka e P.D. James, Céline e Joanne Harris, Tolstoj e Ambler, l’immancabile Balzac e Ken Follet, Austen e Le Carré, Ariosto e Simenon, Dylan Thomas e Bob Dylan…

Per me non esistono generi letterari di serie B e di serie A. Un romanzo “giallo” può essere più bello di un serioso romanzo storico. Un romanzo di fantascienza può essere più profondo di un romanzo filosofico.

E poi, chi dice che un romanzo profondo e meditato debba essere più apprezzato – anche scolasticamente parlando – di un romanzo facile e leggero. L’Ulisse di Joyce sarà pure il capolavoro del secolo scorso, ma se tu mi chiedessi quali sono i romanzi che più hanno contribuito alla mia formazione umana ed intellettuale di certo il capolavoro dell’irlandese inquieto non figurerebbe nei primi trenta (forse nemmeno nei primi cinquanta; e forse… non figurerebbe nemmeno, visto che credo di non d’essere mai riuscito a leggerlo veramente tutto!).

Nel capitolo precedente ti ho raccontato di un periodo in cui parevano – a tutti gli intellettuali – capolavori indiscussi i romanzi (di Grillet, Butor, Queneau, Perec…) e le poesie sperimentali (Sanguineti, Porta, Giuliani…). E all’università i prof. d’avanguardia ce li osannavano e ce li propinavano ad ogni corso e ad ogni seminario. E a me pareva che fosse una cosa buona e giusta. E passavo ore a leggere romanzi senza storie, e senza personaggi, e senza azione, e senza amore, e senza odio… E poesie lunghissime che elencavano a casaccio parole rubate a manuali tecnici, e a dizionari di latino, e a dialoghi improbabili e… E li leggevo proprio quei capolavori. E ne parlavo a cena o sulla panca coi compagni d’università. E ci parevano davvero delle gran pensate: dei parti illuminati da intelligenze superiori.

E forse lo sono.

Ma…

Ma non sarà un caso che anche in quel periodo io coltivassi la vigorosa passionaccia per i romanzi polizieschi e le spy story e tutta la letteratura affine. Per quei romanzi, cioè, dove le trame sono trame, gli intrecci sono costruiti con sapienza, i personaggi hanno una personalità e i luoghi sono densi d’atmosfera. Certo la qualità media dei romanzi “gialli” (e affini) è decisamente scarsa. Ma un romanzo “giallo” (e affine) ben riuscito è un saggio di ginnastica mentale (A. Freeman), è un poema epico della contemporaneità (Chesterton), è un compagno passionale e intelligente nelle pause della vita (Agati). E, come dice il mio amico Chandler: “Mi si indichi qualcuno che non può soffrire il romanzo poliziesco: sarà certamente un pover’uomo, un pover’uomo intelligente – forse – ma comunque un pover’uomo”.

E Raymond Chandler è stato a lungo il mio autore preferito grazie alle sue atmosfere fosche, alla sua America disincantata e, soprattutto, alla creazione di un leggendario investigatore: il duro ma onesto, riflessivo e tormentato Philip Marlowe. Un eroe problematico degno di risiedere nel gotha degli eroi letterari. Romanzi come Il grande sonno (1939), Addio mia amata (1940), Il lungo addio (1953)… sono, per me, capolavori assoluti.

E subito dopo, frutto di un fulmineo brainstorming, il “giallista” che mi viene in mente con maggior affetto è George Simenon che ha narrato con centinaia di epiche sequenze la Francia del secondo dopoguerra e ha messo al mondo un altro mitico e pensieroso eroe: il commissario con la pipa, Maigret. Il suo metodo investigativo consiste nell’immergersi nelle atmosfere dei luoghi in cui i delitti sono stati commessi, nel lasciarsi guidare dal proprio istinto e nell’immedesimarsi e cercare di comprendere la personalità e l’umanità dei sospettati e dei colpevoli. Fino al punto, a volte, di arrivare a giustificare il loro comportamento e a cambiare la sorte a cui sarebbero andati incontro. Impossibile, in questo caso, citare qualche titolo significativo, perché tutti i settantacinque romanzi (e ventotto racconti) che hanno come protagonisti il commissario sono in qualche modo rilevanti.

Un altro investigatore che mi ha intrigato e fatto sorridere per diversi romanzi, è il corpulento Nero Wolfe, uscito dalla penna del simpatico Rex Stout. Nero Wolfe pesa intorno ai centocinquanta kg (“un settimo di tonnellata”), ama la buona cucina, la birra ghiacciata al punto giusto e considera il lavoro alla stregua di un indispensabile fastidio che gli consente di tenere un alto tenore di vita. Coltiva rare orchidee nel giardino pensile della sua elegante palazzina di New York ed è specializzato nella risoluzione di intricati casi di omicidio che decifra stando comodamente seduto a rimuginare sull’ampia poltrona del suo studio o beatamente affaccendato a curare le proprie piantine. L’io narrante dei romanzi è il suo assistente e tuttofare Archie Goodwin. È lui a recarsi sui luoghi del delitto, a interrogare testimoni o parenti della vittima (salvo i casi in cui questi siano disponibili a recarsi alla casa di Nero Wolfe per essere sentiti da lui direttamente), tenere sotto controllo e pedinare sospetti… svolgendo quindi le funzioni di “gambe” e “occhi” del suo principale. Notevoli anche gli altri personaggi di contorno come il fido cuoco svizzero Fritz Brenner e il giardiniere Theodore Horstmann.

La mia simpatia di giallomane, è andata per diverso tempo anche al buon padre Brown, il buffo sacerdote cattolico e detective, protagonista di diversi racconti dello scrittore britannico Gilbert Keith Chesterton.

Naturalmente la mia passione mi ha portato a leggere con soddisfazione altri classici del genere, come i romanzi e i racconti che seguono le avventure intellettuali del degli ormai leggendari Sherlock Holmes (di Sir Arthur Ignatius Conan Doyle), Hercule Poirot e Miss Marple (di Agatha Christie), Philo Vance (di S. S. Van Dine, pseudonimo di Willard Huntington Wright), Charlie Chan (di Earl Derr Biggers) e dei vari personaggi nati dalle menti di Edgar Wallace, del duo nascosto dietro lo pseudonimo di Ellery Queen, eccetera. Eccetera.

Senza scordare i padri nobile del genere: Edgar Allan Poe, che nel 1841, in un racconto (I delitti della via Morgue) mette in scena Auguste Dupin, un investigatore che riesce a risolvere i casi criminali senza nemmeno recarsi sul luogo del delitto, solo sulla base di resoconti giornalistici grazie alle sue enormi capacità deduttive. Émile Gaboriau che, sull’esempio di Poe, crea il poliziotto Monsieur Lecoq. E soprattutto Wilkie Collins, autore de La pietra di luna che io considero – e non sono il solo – uno dei più bei libri polizieschi in assoluto.

Il discorso, ora, dovrebbe ramificarsi e di conseguenza farsi lungo. Dovrebbe parlare, ad esempio, di legal thriller (il giallo in cui protagonisti e risolutori sono gli avvocati e le aule giudiziarie) e di grandi autori come Erle Stanley Gardner, Scott Turow, John Grisham; o della categoria di gialli in cui giocano il ruolo principale il medico legale e gli specialisti della polizia scientifica con autori del calibro di Patricia Cornwell e Kathy Reichs; o dei gialli psicologici come quelli orditi dall’inquietante Patricia Highsmith; o dei gialli storici come quelli di Ellis Peters; o dei giallisti italiani come Scerbanenco, Loriano Machiavelli, Pederiali, Lucarelli, Manzini, De Giovanni, Malvaldi, Camilleri…

Ma mi fermo su questo versante, citando solo le due autrici che più mi hanno affascinato negli ultimi anni: Phyllis Dorothy James White (P.D. James) e Susan Elizabeth George, entrambe raffinate tessitrici di intrecci e atmosfera.

Perché il giallo che preferisco, è quello che affresca ambienti, si radica in un contesto, diffonde atmosfere, gioca con le profondità psicologiche, sfiora i temi ancestrali della nostra umanità, ha la sua buona dose di eros e non complica con troppi virtuosismi scacchistici la macchina narrativa. (io ci ho persino provato a scriverlo un giallo così, che è stato pubblicato, ha vinto un premio letterario e ha superato le venticinque copie di vendita).

Oltre ai “gialli” hanno fatto compagnia ai miei viaggi, ai miei soggiorni estivi e alle mie logorroiche sedute in bagno decine e decine di spy stories (e affini): tutti i romanzi con James Bond (di Jan Fleming); quasi tutti i romanzi di John le Carré (da La spia che venne dal freddo a La talpa, L’onorevole scolaro, Tutti gli uomini di Smiley…); i capolavori di Eric Ambler (Epitaffio per una spia, La maschera di Dimitrios, Il processo Deltchev, Il caso Schirmer,Topkapi-La luce del giorno, Una rabbia nuova…)… e qualche romanzo di Len Deighton (La battaglia d’Inghilterra, Gioco a Berlino, La pratica Ipcress…), di Frederick Forsyth (Il giorno dello sciacallo,  Dossier Odessa, Il Quarto Protocollo, Il negoziatore…), di Robert Ludlum (L’eredità Scarlatti, Sporco baratto, Il treno di Salonicco, Il manoscritto…)… E, naturalmente, del grandissimo Ken Follet (La cruna dell’ago, L’uomo di Pietroburgo, Sulle ali delle aquile, Un letto di leoni…). Ad occupare centimetri e centimetri della mia libreria, poi, ci sono altri romanzi di Ken, non riconducibili alle avventure spionistiche e guerriere: I pilastri della terra, Mondo senza fine, Un luogo chiamato libertà, Il martello dell’Eden, Triplo, Nel bianco…)…

Non ho mai amato particolarmente, invece, i romani neri, quelli del terrore, e i thriller troppo sanguinolenti, anche se ho letto con una certa ammirazione, soprattutto per lo stile, alcune cose di Stephen King… E nemmeno i romanzi di fantascienza trovano la mia incondizionata passione, anche se ho letto con un certo piacere la trilogia di Asimov, l’emblematico Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, il potente Blade Runner di Philip Dick… e poco altro.

Come vedi, dunque, i prof. non passano il tempo dedicato alla lettura solo fra mattoni intellettuali e pagine di classici. Ma leggono quello che piace loro. Indipendentemente dalle etichette e dalle graduatorie di critici e sapientoni. Io, per di più, sono un lettore onnivoro e assai disordinato. Comincio diversi libri contemporaneamente. Poi qualcuno lo finisco, qualcuno lo rileggo, molti li abbandono dopo qualche decina di pagine. Così, tanto per darti un’idea, i libri che in questo momento abitano i luoghi più alla mano della casa, quelli appena letti ed apprezzati, per capirci, o quelli che sono ormai sul punto di finire, sono ad esempio…

Mauriel Barbery, L’eleganza del riccio; Isabelle Allende, La casa degli spiriti; Paolo Giordano, La solitudine dei numeri primi; Delphine de Vigan,Gli effetti secondari dei sogni; Nick Hornby, Tutto per una ragazza; Milena Agus, Ali di babbo; Elizabeth George, Scuola omicidi; Ian McEwan, Espiazione; Khaled Hosseini, Il cacciatore di aquiloni; Joanne Harris, La scuola dei desideri; Erri De Luca, Il peso della farfalla; Philippe Delerm, La prima sorsata di birra; Jonathan Coe, La famiglia Winshaw; Nick Hornby, Alta fedeltà; Frank McCourt, Ehi, prof!; Tracy Chevalier, Strane creature; Kazuo Ishiguro, Quel che resta del giorno; Niccolò Ammaniti, Che la festa cominci; Diane Setterfield, La tredicesima storia; John Fante, Un anno terribile; Joanne Harris, Vino, patate e mele rosse; Milan Kundera, La lentezza; Alessandro Baricco, I barbari; Jane Austen, L’abbazia di Northanger; Banana Yoshimoto, Tsugumi; Ildefonso Falcones, La cattedrale del mare; Carlos Ruiz Zafón, L’ombra del vento;  Stieg Larsson, La ragazza che giocava con il fuoco;  Gianrico Carofiglio, Le perfezioni provvisorie; John Irving, Hotel New Hampshire; P.D. James, Una notte di luna per l’ispettore Dalgliesh; J.M. Simmel, Non è sempre caviale; John Grisham, Il socio; Haruki Murakami, Tokio blues Norvegian Wood; Isaac B. Singer, Quando Shlemiel andò a Varsavia; Marcel Schwob, Vite immaginarie; Andrea Camilleri, La gita a Tindari; Peter Handke, La donna mancina; Antonio Skàrmeta, Le nozze del poeta; Raul Montanari, Strane cose, domani; Tiziano Scarpa, Stabat Mater; Patrick Dennis, Zia Mame; Luis Sepùlveda, L’ombra di quel che eravamo; Zhang Jie, Senza parole; Sam Savage, Firmino; Andrea Vitali, La modista; Joel Dicker, La verità sul caso Harry Quebert, Edna O’Brien, Ragazze di campagna; Gillian Flyn, L’amore bugiardo; Francesco Piccolo, Momenti di trascurabile felicità; Haruki Murakami, IQ84; Joyce Carol Oates, La ragazza tatuata; Ronald H. Balson, Volevo solo averti accanto; Donna Tartt, Il cardellino; Anthony Doerr, Tutta la luce che non vediamo; Peter Mayle, Un anno in Provenza; Alain de Botton, Esercizi d’amore; Jonathan Tropper, Tutto può cambiare; Arthur Schnitzler, Signorina Else.

Un campionario di varia letterarietà: dai libri gialli ai romanzi filosofici, dai testi seri a quelli faceti, dai libri impegnati ai romanzetti superficiali, dai libri belli a quelli quasi belli (i brutti, no, non li ho citati!). Dai classici a quelli che forse lo diventeranno e a quelli ancora che certamente non lo diventeranno mai.

Perché, come dice Italo Calvino, bisogna leggere i classici (Italo Calvino, Perché leggere i classici), e perché, come dice Daniel Pennac (Daniel Pennac, Come un romanzo), abbiamo tutti anche il diritto di non leggere, il diritto di saltare le pagine, il diritto di non finire un libro, il diritto di rileggere, il diritto di leggere qualsiasi cosa, il diritto al bovarismo, il diritto di leggere ovunque, il diritto di spizzicare, il diritto di leggere a voce alta e, soprattutto, il diritto di tacere.

E io, finalmente, mi taccio.

[P.S.: non vorrei però congedarmi da te con il sospetto che tu abbia l’idea del prof. che passa tutta la sua vita a leggere e a scrivere. Tranquillo: io leggo, studio, scrivo… ma lavoro, faccio politica… cucino, corro, gioco a calcio, vado in bici, nuoto… passeggio con la moglie… bevo (moderatamente), dipingo le pareti, smonto i mobili… gioco con i figli, vado al cinema, guardo le partite… vado a cena con gli amici, fotografo, ascolto musica… insomma: vivo!]

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