Si pisciava sotto il fico

L’odierna rievocazione della strage di Marcinelle, mi ha fatto ricordare la marcinelle-670x274paginetta di un vecchio libercolo che ho scritto secoli fa (quando aveva ancora voglia di avere voglia). La riproduco. Magari qualcuno la legge, anche se è un po’ più lunga di un cinguettio o di una sentenza facebookiana.

Sono nato in una notte d’inverno del 1955 a Motta Baluffi, un misero villaggio sputato sull’argine maestro del Po lombardo. Quella notte la neve s’accumulava a spanne e il vento spazzò via alcuni pali della luce. Il villaggio rimase al buio per vari giorni. Ma la mia gente non ci fece quasi caso: da noi l’elettricità serviva solo per accendere, di tanto in tanto, due, forse tre lampadine rachitiche che penzolavano dai soffitti senza alcun lampadario.

Non c’erano elettrodomestici, non c’era riscaldamento, non c’era telefono. L’acqua si risucchiava da un rudimentale pozzo con una pompa a mano e l’unica fonte di calore era la stufa a legna di mattoni nell’angolo della cucina. E spesso la stufa si teneva spenta.

Il resto della casa era immerso nel gelo. Dalle pericolanti grondaie penzolavano minacciose stalattiti di ghiaccio e sui vetri, quando c’erano, ci potevi pattinare. Per questo, credo, ho passato la vita a lottare contro asma e bronchiti. Fin da quei primi giorni, dove la mia vita fu sospesa al filo d’esperienza della vecchia levatrice – che alla bisogna fungeva anche da guaritrice e maga – e ai colpi di genio del medico condotto, un polacco alcolizzato capitato lì durante la guerra.

D’altra parte, il paese di ottocento anime distava quaranta chilometri dal primo ospedale e non era d’uso ricorrere ad ambulanze o ricoveri per così poco.

Nel villaggio c’era solo un’automobile. Qualcuno aveva un cinquantino a tre marce, e qualcuno, persino una Lambretta. Per il resto, gli uomini si spostavano in bicicletta, col cappello e il tabarro a ripararsi dalla nebbia.

C’erano una chiesa e cinque osterie. In una c’era il telefono pubblico. La televisione non esisteva e i paesani si gratificavano con le messe, le frequenti processioni, le chiacchiere di strada, qualche partita a carte e sbornie a buon mercato col vinaccio locale.

Mio padre, che aveva fatto la guerra e cinque anni di prigionia, sbarcava il lunario facendo lavori saltuari da bracciante o scariolante. Come la maggior parte dei compaesani. Ci si guadagnava appena da sfamare la famiglia. Ma era già un lusso, perché lì, almeno, non si doveva migrare.

Nel resto dell’Italia, le cose per i poveri andava pure peggio. Per sopravvivere centinaia di migliaia di italiani andarono a respirare polveri letali nelle miniere belghe o a farsi umiliare nelle squallide periferie degli agglomerati industriali francesi, svizzeri e tedeschi.

Si dice che il grado di civiltà di un popolo si misura dalla pulizia dei suoi cessi. E i cessi di quell’Italia non erano di certo il massimo. Almeno quelli di mia diretta conoscenza.

C’è un libro che ho amato molto negli anni dei miei studi militanti, quando ero ancora infetto da rabbia proletaria e infervorato dalle speranze marxiste: Civiltà in bagno, di Lawrence Wrigt. È la storia, appunto, della civiltà “in bagno” dalla preistoria ai nostri giorni, condita da aneddoti gustosi. Ho amato molto quel libro perché mi ha fatto capire le reali condizioni di vita della varia umanità più di tanti trattati di storia.  E concordo con l’autore nel ritenere che “la storia dei popoli si impara meglio dalle loro stanze da bagno che dai loro campi di battaglia”.

Nei lunghi anni della mia infanzia non esistevano stanze da bagno. A Motta i “bisognini” maschili si facevano all’aperto, sotto il fico sghimbescio dell’orto. Le donne andavano più in là, nei cavalletti delle patate o del granturco. Per gli altri bisogni ci si accucciava sul buco rasente il porticato diroccato, dietro un riparo di legno coperto da una lamiera arrugginita. Quando faceva troppo freddo, ci si arrangiava col pitale in terracotta, che poi le donne andavano a vuotare nel letamaio.

Quando mio padre trovò lavoro come trattorista, la prima cosa che promise fu un cesso in muratura, con una vera turca. Ma ebbe l’incidente che lo ridusse per mesi in fin di vita. Poi, si riprese. E lo stato gli diede la pensione da invalido e gli trovò un posto da operaio.

Erano già gli anni in cui nasceva anche nella bassa qualche fabbrichetta, e in cui tanti braccianti e poveracci acquistarono lo status da operai.

Come fuochista nella fabbrica di compensato, papà lavorava dieci ore al giorno. Anche il sabato. E quasi tutte le domeniche. E, come tanti altri neo-operai, a debito acquistò una casupola non troppo distante dalla fabbrica. Anche lì non c’era acqua corrente, né riscaldamento, né tantomeno il bagno. Ma almeno il cesso era un gabbiotto in muratura sopra la concimaia del minuscolo cortile. E il sabato mi potevo fare il bagno nel mastello di moplen con l’acqua scaldata nella nuova stufa a legna con caldaia.

 

[Non ti scordare, però, che mentre gente come mio padre consumava le sue giornate a ficcare scarti di produzione nelle infernali caldaie della fabbrica, ed altri padri s’atrofizzavano i polmoni nel buio di centinaia di miniere, altra gente – ricchi o arricchiti – ingannava il tempo spargendo fiumi di denaro nei locali di moda della Versilia (La Bussola, La Capannina…), o di Milano, o di Roma (l’hai vista La dolce vita di Federico Fellini?).  Perché anche nei favolosi anni Sessanta – come in tutti gli anni più o meno favolosi della storia – c’è chi pasteggia a Champagne e chi a polenta e sudore.]

Un pensiero su “Si pisciava sotto il fico

  1. Clorophilla K ha detto:

    Buongiorno, lo scritto che ci ha regalato, leggendolo ho ritrovato le immagini e le parole presenti nei ricordi di papà. Storia di vita, non di copertina.

    Grazie,

    Diana

    "Mi piace"

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