Calcinculo e balera, via crucis e Van Gogh

Il mio recente post sulla pochezza della mostra vicentina su Van Gogh ha suscitato qualche scomposta reazione e ha solleticato la mia coscienza a partorire qualche riflessione sul mio – e sottolineo mio – modo di approcciarmi all’arte.

Io sono il classico parvenu allevato a calcinculo e balera, via crucis e bar sport. Sono cresciuto in una casa senza bagno né riscaldamento, senza libri né giornali. E le uniche decorazioni artistiche che vi albergavano erano il calendario di Frate Indovino inchiodato vicino alla stufa e una riproduzione in cartone di un’anonima sacra famiglia appiccicato sopra il letto dei miei.

L’arte l’ho conosciuta a scuola, alle medie, grazie ad un improbabile prof di italiano che mi trascinava in vecchie abazie abbandonate e nei retrobottega dei rigattieri. E poi l’ho studiata, l’arte, sui libri del liceo, sui libri dell’università, sui libri usati comprati a dozzine sulle bancarelle, sui cataloghi delle mostre… E sono diventato bravino a recitare scolastiche giaculatorie preconfezionate su quell’artista famoso o su quella corrente così rivoluzionaria.

Poi, durante un lungo soggiorno a Parigi, un improbabile prof universitario imbevuto di arte e cultura fin dal ventre materno – la nonna era una nota pianista, la madre una pittrice, il padre un intellettuale che aveva insegnato nelle più prestigiose università, il fratello… – mi trascinava per chiese e conventi chiedendomi di esprimere ciò che sentivo, non ciò che avevo studiato.

E lì ho cominciato ad assaporare la vertigine della libertà di giudizio. Un affresco mi piaceva perché mi piaceva, e non perché da qualche parte c’era una didascalia che mi diceva che quell’affresco apparteneva a quel tal artista che apparteneva a quella tal corrente che occupava un paio di paragrafi nel libro di storia dell’arte del liceo.

E invecchiando, ho progressivamente annaffiato questa libidine liberatoria.

Ora, vado in giro per mostre e musei a cercare emozioni, come da adolescente andavo in giro per fiere e balere alla ricerca di di sguardi femminili densi di promesse.

Come abbiamo fatto tutti, credo.

Si vagava con gli ormoni a mille per i corridoi della scuola, fra i banchi della parrocchia, fra i baracconi delle sagre, fra i divanetti oscuri delle prime discoteche, a caccia di sguardi birichini, magliette attillate, ruscelli di sorrisi, riflessi di sole fra i capelli, profumi d’intenso. E c’era sempre qualcuna che attirava la nostra attenzione più di tutte le altre: e non era detto che fosse sempre quella canonicamente più bella, quella più famosa, la reginetta. Ma era quella che sapeva sorprenderti, che emanava un fluido misterioso, che faceva intuire una possibile tempesta.

E allora, se avevi fisico e coraggio, lasciavi tutte le altre sullo sfondo e ti concentravi sulla prescelta propiziando l’atavico rituale della seduzione. A volte andava bene e scoprivi la fonte apparentemente inesauribile di vibrazioni ed estasi. Altre volte andava meno bene.

Ecco il mio modo di deambulare per mostre e mostriciattole è regredito al mio approccio adolescenziale alla bellezza: cerco l’incanto inatteso, l’ammiccamento sensuale, l’attrazione più o meno fatale, il fascino, la seduzione.
Non leggo nulla prima, non mi informo più di tanto, non prendo audioguide, mi infilo gli auricolari con musica soft per coprire il fastidioso cicaleccio, vago per le sale sguinzagliando cuore e mente. Così mi faccio catturare da un paesaggio, da un colore, da un volto, da una sensazione. Arrivo in fondo alla mostra e poi torno indietro, soffermandomi sulle opere che mi hanno intrigato al primo fugace contatto, mi avvicino, le osservo, le respiro e mi lascio sedurre, ci faccio l’amore e poi le porto con me. Nel mio gomitolo di ricordi che arricchiscono la trama della vita.

Tutto qui.

Ed è questo l’unico parametro personale – direi quasi sentimentale – con il quale giudico la buona riuscita – non della mostra in sé – ma della MIA visita a QUELLA mostra. E il tipo di bellezza che può sedurmi, può variare di volta in volta, da stagione a stagione. Un tempo ero affascinato dal pisciatoio di Duchamp, dalla merda in scatola di Manzoni e dalle conserve di Warhol. Oggi sono più incline alle fini pennellate di Pissarro e Constable, di Turner e Boldini. E perfino di Bouguereau e Cabanel.

Tornando infine all’ispirazione iniziale di questo post, ribadisco che non sono pregiudizialmente avverso alle mostre organizzate per attirare masse di visitatori ostentando facili marchi pubblicitari ormai consolidati (impressionisti, van Gogh, Monet…) perché portano comunque turisti, quattrini, lavoro per i giovani, educazione e cultura. E sono politicamente grato a Marco Goldin e alla sua intuizione (Lina d’ombra) per quanto fatto in questi ultimi anni. Lasciatemi solo la libertà di dire che se, ad esempio, nelle ultime mostre vicentine (La notte) e trevisane (impressionismo) qualche incontro ravvicinato di ottimo tipo l’ho vissuto (con Friedrich, Turner, Caravaggio, Hopper, Mondrian, Renoir, Pissarro e… Van Gogh), questa volta (mostra su Van Gogh) le emozioni, le sorprese, le seduzioni, gli straniamenti… sono stati vicino allo zero. Ma può essere che mi sia perso qualche miracolo a causa dell’insostenibile tasso di affollamento, soprattutto delle ultime due sale dove forse stazionano finalmente – dopo decine e decine di preliminari poco stimolanti – alcuni capolavori della maturità artistica del mito.

Un pensiero su “Calcinculo e balera, via crucis e Van Gogh

  1. Paolo Casali ha detto:

    Trovo pertinente, e più che accettabili, le considerazioni di Agati. Non vedo perché uno non possa esprimere civilmente la propria sensazione s fronte di un evento pubblico. Magari si può preferire un diverso approccio, ma questo è estremamente soggettivo.
    Cari saluti.
    Paolo Casali.

    "Mi piace"

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