L’epica del calcio

[Ha detto bene il nostro condottiero: una partita epica!]

Le dovreste vedere le facce dei tanti che – fattasi una loro idea dell’assessore alla cultura – rimangono beffardamente straniti quando si accorgono della mia atavica passione per il calcio. Come se un assessore alla cultura dovesse solo respirare di minuetti barocchi, e sperimentazioni teatrali, e salotti letterari, e convegni sul valore storico dei ruderi romani ritrovati nella valle a pochi passi dalla certosa bizantina.

E spesso, dopo un primo momento di snobistico stupore, queste vestali dell’intellighènzia vellutata esibiscono tutto il loro disprezzo contro la vulgata calciofila con le solite giaculatorie contro i ventidue in mutande che rincorrono la sfera, e che fanno i fighetti e si fanno le veline, e si drogano, e scommettono, e menano, e balbettano idiozie nella conferenze stampa, e si strafogano nel lusso e non citano Kundera e Wittgenstein nelle interviste paludate, e che in fondo una partita é una partita, e una politica riunione è più importante, e che anche l’evento cultural classicheggiante viene prima, e che smaniare per il calcio è da babbuini.

E io, allora, mi incazzo. E trasudo tutta la mia fiera cultura da balera e da bar sport.

Perché io non ho mai rinunciato ad una partita seria, né per una bella donna, né per un qualche briefing di potere, né per una qualche embrionale rivoluzione.

Perché il calcio è una fede. Individuale e collettiva. Tollerante e guerriera. Interetnica e totalitaria. Aristocratica e plebea. Finemente coatta.

Perché il calcio é la nostra epica. Dove la mediterranea plebaglia può sconfiggere sul campo la sicumera teutonica delle aquile pompose. Dove l’italietta fedifraga e stracciona può dare calci in culo alla perfida Albione. Dove i cattivi ragazzi cresciuti nei ghetti o nelle dorate fabbriche di facili illusioni, possono segnare il goal della vittoria, magari con una semirovesciata che s’immilla nell’aria eterna.

Perché il calcio è un rito. Privato e collettivo. Dove padri e figli imprecano all’unisono all’errore del centrale, e imprecano in dialetto per un negato fallo, e saltano, e urlano e s’abbracciano ubriachi di furore per la vittoria attinta all’ultimo sospiro.

Perché il calcio é la quintessenza della nostra profana antropologia. Dove istinti ancestrali e primitivi s’annullano talvolta nei pianti degli eroi. Dove faccette nere e sembianze turche cantano l’inno di una patria ariana e muscolare. Dove i calci, gli sputi ed i sorrisi imitano le gesta audaci o pavide di antichi guerrieri. Dove la folla ondeggia nella follia esaltata di una dimenticata ebbrezza.

Perché il calcio è la reliquia della nostra mai domata tribalità, della nostra ereditata guerra, della nostra mai scordata fame. Del nostro istinto per la caccia, e per la fuga, e per la fama. Dei prodi e degli eroi.

Per questo, mi trovo ancora ad incazzarmi quando qualcuno m’investe d’un sorriso d’intellettualistico compatimento, se decido di mollare etici rituali per il divano, la birra, la compagnia urlante e la partita. Forza Azzurri.

Immagine

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...