3 parole per Beppe

Era una serata grigia. Quasi nebbiosa. E fredda.

Sotto la sala della Loggia si inaugurava una piccola mostra e una ventina di persone s’erano aggrumate fra la piazza e il porticato. Strette di mano, sorrisi, le mie solite parole che si disperdevano nell’aria assieme alla densità frettolosa del fiato. I soliti applausi, le solite battute e un brindisi improvvisato. Mentre stavo per entrare, scorgo oltre le colonne la sagoma di Pier. Mi vede. Mi regala un sorriso. Un po’ strano, inquieto, quasi ironico.

Poi si avvicina, e mi appoggia il braccio sulla spalla, in segno della trovata complicità.

– Tienimi tre parole, mi dice.
– Ma l’ho appena fatto il discorso, gli dico quasi irritato.
– No, no – mi dice – tieni tre parole per il mio funerale.

E mi racconta di aver appena saputo l’esito della biopsia.

– Se mi va bene – dice – ho ancora un anno. Se mi va male, me ne vado in quattro mesi.

E se ne è andato in quattro mesi. Forse meno. Senza perdere la speranza. Senza perdere la fiducia. Senza perdere il suo ottimismo. Fino all’ultimo giorno. Fino alle ultime ore. Ripetendo come un mantra il suo sempre più flebile grido di battaglia: – Sereno e positivo!

Non le ho dette quelle tre parole al suo funerale. Altri dovevano parlare.
Non le ho dette mai quelle tre parole. Ma le ho pensate sempre.

Non le ho dette mai, quelle tre parole. Ma quella sera, quando sono tornato a casa, nella notte insonne, ho scritto una lunga lettera a Pier. Una lettera dove gli raccontavo che, nonostante il mio apparente cinismo, quella sera avevo pianto. Non per lui, non solo. Ma per me. Perché dopo anni avevo trovato un amico. Quella lettera, finiva così:

“Quando alla mattina arrivo verso il palazzo grigio, il mio primo sguardo scansiona il parcheggio alla ricerca del tuo SUV. Se lo vedo, entro più leggero, perché so di poter contare sulle tue battute, sulle tue risate, sulla tua passione. Perché so che se ho qualche problema, posso contare su di te.  Perché mi diverto quando spari le tue cazzate, quando scherzando dici cose tremendamente serie, quando mi elenchi – come si fa con uno scolaro tonto – le voci più importanti del bilancio, quando racconti cosa tieni nel baule della Volvo…

Perciò, non pensare nemmeno un attimo a dare le dimissioni…

Prenditi il tempo che ti serve, piangi, incazzati, fatti tutti i viaggi del mondo, comprati un fegato nuovo (o di seconda mano!!!) e i servigi della dottoressa carina, ma vedi di darti una mossa e di saltarci fuori in fretta… Te li immagini le giunte senza di te?

Stringi i denti e tieni botta. Anche per me.

Anche per noi.

Notte!”

Pier non ha dato le dimissioni. È rimasto con noi, fin che ha potuto. Poi, noi siamo andati da lui, all’ospedale. E al cimitero. E le giunte senza di lui, sono apparse più spente. E le giornate più lente. E la mia vita un po’ più vuota.

Ora, invece, la mia vita mi appare più piena. Perché fra tanti ricordi di questi cinque anni, quello di Pier è forse il più bello. Certo il più intenso. E di tanto in tanto riecheggiano ancora nella mia mente quelle tre parole. Che non ho pronunciato mai. Ma che conservo sempre con me.

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