L’etica della bellezza come priorità politica

In un momento di contingenza negativa, quando mancano risorse economiche e le risorse umane paiono impaludate in un clima di sfiducia e decadenza, anche la politica rischia di alzare palizzate, di affidarsi quasi esclusivamente a strategie di difesa, di assumere atteggiamenti conservatori quasi da ultima spiaggia (salviamo il salvabile).

La politica, invece, non può e non deve rinunciare al sogno, alla visione, ad uno dei suoi ruoli fondamentali, quello di indicare la luna e di disegnare il futuro. E se non ci sono le risorse economiche per fare una rivoluzione materiale (una rivoluzione di cose) dobbiamo fare ricorso alle nostre risorse mentali per fare una rivoluzione culturale (una rivoluzione di idee). Se non saremo in grado di costruire cose nuove, insomma, dovremo essere pronti a costruire pensieri nuovi anche su cose vecchie. Perché pensieri nuovi generano nuovi atteggiamenti che danno un (nuovo) senso alle cose.

Quando parlo di rivoluzione culturale, non intendo parlare solo di biblioteche e castello, di auditorium e concerti, di teatro e incontri con l’autore. Ma intendo parlare di un nuovo modo di vedere il mondo, il nostro mondo. E, di conseguenza, di un nuovo modo di plasmare il mondo. Il nostro mondo.

Tenere in ordine un quartiere è un atteggiamento culturale.
Mantenere in ordine le staccionate, le panchine, le fontane, le aiuole, le rotonde… è un atteggiamento culturale.
La rigorosa manutenzione ordinaria delle nostre strade, delle nostre scuole, delle nostre piazze, delle nostre fontane è un atteggiamento culturale.
Tenere pulita la nostra città, è un atteggiamento culturale.
Tenere pulito e lucido il piazzale lastricato del municipio, è un atteggiamento culturale.
Non gettare carte e mozziconi nei parchi e nelle piazze, è un atteggiamento culturale.
Pagare un parcheggio perché voglio evitare di fare due passi, è un atteggiamento culturale.
Eliminare la bruttura dei cassonetti per il pattume, non è solo un fatto funzionale alla raccolta differenziata. Non è solo un atteggiamento etico. Ma è soprattutto un atteggiamento estetico. Un atto pedagogico. Un abito culturale.
Ripristinare gli scorci pittoreschi di Via Gramsci e creare nuovi scorci pittoreschi fra gli anfratti delle nuove cattedrali di pietra e cemento, è un imperativo culturale.
Valorizzare le ville e i giardini privati facendone un vanto per tutta la cittadinanza, è un atteggiamento culturale.
Mettere a sistema parchi e ciclabili con adeguata segnaletica ad evocazione turistica, è un atteggiamento culturale.
Valorizzare le eccellenze locali (aceto, lambrusco, grana, nocino…) con manifestazioni seriali (non estemporanee) e tangibili richiami urbanistici (la strada dell’aceto, il sentiero del lambrusco…) è un atteggiamento culturale.
Convincere i dipendenti pubblici che chi ha un lavoro, dovrebbe lavorare con passione, è un atteggiamento culturale.
Studiare strategie sostenibili per tenere aperti gli uffici di sera, è solo un problema culturale.
Sfruttare ogni occasione per diffondere nei nostri spazi eletti (piazze, castello, biblioteca, Auditorium…) germogli di musica, arte, pensieri e parole all’insegna del dibattito sempre aperto e laico, è un elevato valore culturale.

Credere nella vitalità delle cultura è un atteggiamento culturale.

La rivoluzione culturale non va solo evocata e suggerita con una serie di slogan ad uso elettorale. La rivoluzione culturale deve diventare una visione, una brand (buona vita a Formigine) che si declina in una serie di missioni con obiettivi misurabili e strategie efficaci. A partire, ad esempio, dal cuore non solo simbolico della nostra città.

Il centro storico di Formigine, infatti, è certamente rinato grazie ad una efficace serializzazione di eventi istituzionali, commerciali, sportivi e culturali. Ma appare ancora disordinato, non di rado sporco (mozziconi di sigaretta!) e di difficile manutenzione (a causa di pavimentazioni eterogenee e sconnesse). La prossima amministrazione deve porsi come obiettivo prioritario la riqualificazione del centro storico che deve diventare il salotto buono della nostra città. E se non ci saranno le risorse per un rifacimento totale anche delle infrastrutture (come era ipotizzato nel relativo concorso di idee), occorrerà “accontentarsi” di una meditata operazione di restyling: una pavimentazione omogenea (che elimini o attenui i diversi livelli di superficie), una riprogettata illuminazione, un nuovo arredo urbano (con cestini e portacenere). Dopo aver dato il buon esempio (mettere in ordine il luogo) l’amministrazione potrà (meglio: dovrà) pretendere dai cittadini dei comportamenti conseguenti. Saranno infatti cittadini a mantenere pulito il loro salotto, previe iniziative prima persuasive (comunicazione), poi dissuasive (multe). Passeggiare nel cuore riqualificato della propria città, prendere l’aperitivo in una ambientazione decorosa, assistere ad eventi di livello in una piazza pulita devono diventare abitudini comportamentale, nuovi atteggiamenti culturali e cifra di un più consapevole senso di appartenenza e di condivisione.

Ridisegnare il nostro spazio vitale all’insegna dell’ordine, della pulizia e della bellezza deve essere il filo conduttore delle nostre azioni future. Combattere il degrado, eliminare la sporcizia, riqualificare le aree depresse e mantenere il bello devono essere i valori che ispirano ogni nostra iniziativa progettuale. E se talvolta non avremo la forza per ripristinare una fontana, dovremo avere il coraggio di trasformarla in una semplice aiuola. E se talvolta non avremo la possibilità di mantenere rigogliosi cespugli fioriti, li trasformeremo in un semplice prato (o in una sobria ed elegante pavimentazione urbana). E se talvolta non riusciremo a ridipingere quelle panchine, a sistemare quelle staccionate, ad annaffiare le piccole piantine messe a dimora per rinverdire questo o quel parco, proveremo a convincere i cittadini responsabili ad adottare quelle panchine, quelle staccionate, quelle piccole piante.

Eleggere a priorità politica il decoro urbano e l’etica della bellezza non è una concessione gratuita all’effimero, ma è una strategia efficace ed efficiente per costruire una cittadinanza più coesa e responsabile. Perché se è vero che servono cittadini consapevoli per costruire e mantenere un territorio bello, è ancora più vero che vivere in un territorio bello aiuta a diventare cittadini consapevoli. Perché la bellezza comune e comunitaria è l’essenza della democrazia. Perché se la bellezza diventa un bene pubblico e non solo un privilegio privato, diviene l’antidoto principale all’ingiustizia e alla malavita.

Per una buona vita a Formigine (e non solo).

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