I nativi digitali esistono. Punto!


Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario di oggetti,
un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e
riordinato in tutti i modi possibili.
Italo Calvino

Ma esistono i nativi digitali?

I luoghi comuni sui giovani non hanno età. Da sempre, infatti, gli adulti tendono a screditare le nuove generazioni.  Quante volte, persino sulle soglie delle sale insegnanti, abbiamo sentito dire che i ragazzi di oggi sono più fragili e immaturi rispetto ai ragazzi del passato? E quante volte gli spazi amplificati dei media hanno dipinto una generazione di videodipendenti e cybernauti, sintatticamente balbuzienti e semanticamente superficiali, figli di una conoscenza frammentata, approssimativa, fatta di microcubetti di sapere che s’accatastano senza ordito in repository mentali sempre più destrutturati? In tale contesto la dicotomia nativi digitali/immigrati digitali inventata da Marc Prensky nel lontano 2001 per indicare l’ennesimo iato generazionale ha trovato terreno fertile. Soprattutto dopo l’esplosione della banda larga, la diffusione del WiFi e la dirompente disseminazione di tablet e smartphone (con relativo profluvio di App) che consentono a qualsiasi ragazzino di essere connesso sempre, comunque e ovunque.

Quella dei nativi digitali, dunque, è la prima generazione veramente hitech, che frequenta gli schermi interattivi fin dalla nascita, che considera internet il principale strumento di info-intrattenimento e che apprende e pensa in maniera differente da nonni, padri e fratelli maggiori (immigrati digitali).

L’etichetta di Prensky è diventata talmente di moda da sollecitare alcuni intellettuali a sposare la tentazione dell’antimoda, a negare in maniera provocatoria l’esistenza dei nativi e a sottolineare con snobistica ironia che l’universo digitale è stato creato da immigrati e che molti vecchietti sanno domare i flutti del web meglio di tanti mocciosi.

Diatriba simpatica e illuminante, ma che non può offuscare l’evidenza di una specificità generazionale. Chi, per interesse o per mestiere, si mescola quotidianamente con centinaia di ragazzi che videogiocano, googlano, youtubano, twittano, taggano, condividono, messaggiano, chattano e deambulano perennemente appesi alle cuffiette dell’iPod o dell’ultimo smartphone non può che prendere atto, se non si fa annebbiare da troppe prevenzioni, di trovarsi di fronte ad un nuovo modo di vivere e di essere.

Perché al di là dell’etichetta e delle scontate approssimazioni di una dicotomia semplicistica, è chiaro che esiste una dissonanza fra i due mondi, fra quello degli adulti e quello dei ragazzi, fra quello degli insegnanti e quello degli alunni, fra chi ha studiato il mondo passeggiando silente nelle biblioteche e chi è nato con il mondo in mano.

Basta osservare un preadolescente alle prese con un nuovo device per rendersi conto della mutazione – verrebbe da dire genetica – in atto. C’è addirittura chi parla di “generazione del pollice”. Un pollice che sta diventando più intelligente. Perché oggi con il pollice si scrive, si combinano azioni, si selezionano informazioni. Ma al di là di questa immagine che evoca con troppa enfasi la svolta antropologica legata al mito del pollice oppositivo, è evidente che l’interaction design e la relativa adozione generalizzata della nuova interfaccia touch comportano una decisa mutazione di comportamenti, linguaggi e narrazioni che producono un nuovo senso e un nuovo modo di stare al mondo.

Noi diamo un senso alle cose. I nativi ne danno un altro. Noi diamo un’importanza etica alla profondità, i nativi spesso non capiscono perché devono fare tanta fatica a scavare se il piacere quasi sempre aleggia in superficie. Noi amiamo l’estetica dell’unicum e dell’autentico, loro si abbandonano all’estetica del facile riuso. Noi amiamo gli stilemi classici o romantici, loro sono melting pot. Noi tifiamo per la riflessione e l’analisi, loro sono sedotti dalla infilata di sequenze e dalla velocità. Noi siamo partigiani del pensiero organico e della logica conclusiva, loro aprono troppe finestre che poi non sanno o non vogliono chiudere. Insomma: questo non è un banale scarto generazionale come tanti scarti generazionali precedenti: è  lo scontro fra due tendenze, due sensibilità, due culture.

Chiamiamoli nativi digitali (per dirla con Prensky) o mutanti che respirano con le branchie di Google (per dirla alla Baricco), ma i nostri ragazzi sono inesorabilmente diversi. Perché sono gli inconsapevoli protagonisti di un diverso modo di abitare la vita e di tracciare il mondo. Perché sono i portatori sani di una nuova civiltà destinata a primeggiare. Perché la Galassia Web sta per sostituire – o comunque fagocitare – la Galassia Gutemberg.

E in questo contesto, che fa la scuola? I dirigenti e gli insegnanti si stanno mentalmente attrezzando a gestire questa rivoluzione antropologica e cognitiva? O, almeno, si stanno ponendo correttamente il problema?

Superare il digital divide

Un problema che non consiste dunque nello stabilire se i nostri ragazzi sono digitali (gli alunni dispongono di abilità tecnologiche quasi sempre sconosciute al docente di turno) quanto nel loro livello di consapevolezza.

Perché il vero digital divide, ormai, non sta fra chi è naturalmente affine alle nuove tecnologie e chi invece non le domina o non le possiede. Ma è, ancora una volta, un divario socio-culturale: il divario fra chi usa gli strumenti e chi sa cosa sta facendo, fra chi usa facebook e chi sa cos’è (come funziona, come si sostiene economicamente, chi lo controlla), fra chi si tuffa senza remore fra i flutti digitali e chi naviga conoscendone potenzialità e rischi. Ed è in questa direzione che deve operare la scuola. Perché se è vero che i nostri ragazzi sono quotidianamente sovraesposti a mitragliate di pillole cognitive, ai linguaggi sincopati di propaggini elettroniche, all’indistinta schiuma di saperi che galleggiano nelle reti, è altrettanto vero che la scuola – consapevole peraltro di aver perso il monopolio dell’informazione e dei modi di apprendere – deve (im)porsi come guida, come coscienza critica, come agenzia di sintesi e sistematizzazione, se non proprio di ricomposizione olistica, della frammentazione culturale. È questo un impegno – etico e civico, prima ancora che professionale – fortemente auspicato anche dalle Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia che assumono la perizia digitale come una delle competenze-chiave per l’apprendimento, e raccomandano l’utilizzo consapevole delle tecnologie nella quotidiana prassi didattica e sanciscono che la “diffusione di tecnologie di informazione e di comunicazione è una grande opportunità e rappresenta la frontiera decisiva per la scuola”.

Che fare di fronte al melting pot cognitivo?

La frontiera decisiva, appunto. Una frontiera che implica il sereno adattamento alla nuova normalità disegnata dal digital lifestyle, che porta il ragazzo a sentirsi responsabile del progetto educativo e aiuta l’insegnante a trasformarsi in autorevole mediatore tra l’intrigante caos della rete e la mente dello studente. Non si tratta (più) per gli insegnanti di porsi come avanguardia illuminata pronta a guidare il cambiamento, ma si tratta di avere la saggezza e il coraggio di adattarsi ad una rivoluzione già avvenuta. Ad una dimensione culturale che è già qui ed ora.

I nostri ragazzi sono “nativamente” abituati a fare più cose contemporaneamente, a fare meno affidamento sulla memoria e più sull’immediatezza della ricerca in rete, ad apprendere per tentativi evitando di seguire le istruzioni in modo lineare, a suddividersi in tribù per condividere emozioni e conoscenze, a prendere materiali dal web per manipolarli e inserirli in contesti diversi che ne moltiplicano le implicazioni, a raccontare per immagini e filmati, ad essere istintivamente multimediali e melting pot, ad imparare facendo. E si aspettano di fare le stesse cose a scuola. Pena la noia e l’impaludamento del dialogo educativo.

Le istituzioni scolastiche hanno quindi la necessità e il dovere di adeguare le infrastrutture, i curricula e – almeno in parte – le quotidiane prassi didattiche ai nuovi costumi di vita. Ben vengano dunque i Learning and Content Management System (LCMS) a scuola, le LIM in classe e i tablet negli zainetti. Ma senza dimenticare che le tecnologie da sole non sono la panacea di tutti i mali e che non possono rappresentare (se non demagogicamente) la soluzione ai nostri problemi educativi. Il nuovo modello di setting didattico 2.0 è la condizione necessaria ma non sufficiente al miglioramento dell’apprendimento. Non esistono tecnologie educative, ma educatori che devono usare le tecnologie – vecchie e nuove – per generare apprendimento. Perché sono le metodologie (e non le tecnologie) a fare la differenza.

In ogni caso i docenti devono cogliere l’occasione della rivoluzione digitale per disegnare nuovi modelli di apprendimento. O per capire una volta per tutte se le nuove opportunità tecnologiche rendono finalmente praticabili su ampia scala i suggerimenti pedagogici di ispirazione – approssimo per brevità – costruttivista (costruzionismo, cooperative learning, learning by doing, comunità di pratica, comunità di conoscenza…). Sappiamo bene, infatti, che i computer in classe  – anche sotto forma di tablet – possono trasformarsi in telescopi o microscopi, in gabinetti scientifici e in laboratori linguistici, in videocamere e registratori… E che studenti e insegnanti possono non solo creare contenuti multimediali, ma diventare editori di loro stessi pubblicando e condividendo i materiali prodotti, secondo l’antica e sempre affascinante idea della classe-laboratorio di Célestin Freinet.

La scuola deve dunque aprirsi con coraggio al nuovo. Con saggezza ed equilibrio. Senza contrapposizioni manichee né integralismi. E senza perdere completamente la propria identità. Perciò la scuola non deve necessariamente assecondare l’accelerazione del pensiero e la bulimia della dieta mediale. Così come non deve rincorrere per forza il linguaggio sincopato dei media molicolari, né scimmiottare le nevrosi del multitasking. Ma deve rimanere anche il luogo privilegiato degli approfondimenti, del silenzio meditativo, della sostenibile leggerezza della riflessione e del dialogo educativo.

La scuola deve diventare, cioè, il luogo privilegiato di questo incontro di civiltà fra nativi e immigrati. E potrà farlo solo se gli insegnanti – gli immigrati – avranno acquisito il giusto spirito di adattamento al nuovo mondo e sapranno abbandonarsi ad una primigenia curiosità nei confronti degli indigeni. In questo caso, forse, potranno accorgersi che molti dei nostri ragazzi sono già saliti in piedi sui banchi senza bisogno di un qualche redivivo prof. Keating.

Nativi digitali

Nativi digitali – Foto di agatimario.it

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