In attesa dei barbari digitali…

Un amico intellettuale (dirigente, ispettore, autore, vivace conferenziere…) mi ha chiesto di scrivere una modesta riflessione sui (presunti) nativi digitali e sulle opportunità di innovazione didattica legate alla presunta neodisseminazione delle ennesime nuove tecnologie.

E da una paio di giorni, complice il rallentamento professionale ed esistenziale dovuto alle vacanze natalizie, sto provando a dare un senso agli scampoli di pensieri che mi s’affollano nella testa.

Innovare la didattica con le nuove tecnologie?

Individuare scenari educativi possibili?

Ma – forse a causa del fatto che da diversi mesi non seguo da vicino le ricerche ed i dibattiti che sul tema si stanno sicuramente facendo in ambito accademico, nei convegni o sulla rete – non mi vengono che riflessioni vecchie. Fatte e rifatte già qualche anno fa, in altre simili occasioni.

Dopo decenni passati a disegnare scenari possibili e a predicare sul campo l’importanza di usare le tecnologie per veicolare innovazioni didattiche, temo – personalmente – di non avere più risorse credibili – ai miei occhi – per ulteriori esercizi visionari. Lo dico senza vittimismo né patetico pessimismo. Ma con quella dose di sano disincanto e sveviana ironia che mi consente di continuare a frequentare scuole piene d’inconsapevoli adolescenti e anziani parolai di buona volontà, con il sorriso facile e la voglia comunque di dire, fare, brigare…

Lascio agli amici accademici l’indispensabile compito di continuare a tracciare le autostrade del progresso educativo,  di partorire progetti ad ampio respiro, di precorrere la scuola del futuro. Io m’accontento – per ora – di vivere dentro la quotidianità didattica con la compiaciuta disinvoltura che mi consente la padronanza di tecniche antiche (gutemberghiane), moderne (facebookiane) e del prossimo futuro (aspettando il tablet nello zainetto di tutti i ragazzi).

E forse l’unico scenario educativo possibile che riesco a immaginare oggi è proprio quello di evitare – da parte mia – nuovi disegni di scenari possibili. Che, fatalmente, nella scuola italiana, finiscono per generare – in qualche sprovveduto neofita del verbo digitale – attese messianiche destinate alla frustrazione per l’atavica capacità di resistere al nuovo da parte del sistema.

Io, nella prassi didattica quotidiana, perseguo ormai il semplice obiettivo di normalizzare le nuove tecnologie. Se, con i miei ragazzi, devo riflettere su un sonetto di Foscolo o Petrarca, il libro, la penna, il quaderno per gli appunti bastano e avanzano. Se di quel sonetto devo fare un’analisi strutturale, magari la LIM è più comoda ed efficace della lavagna d’ardesia. Se invece devo “spiegare” il neoclassicismo mi viene spontaneo affidarmi alla SMARTboard: i ragazzi in cerchio davanti alla parete illuminata, io che deambulo – affabulo, gesticolo, muovo oggetti sullo schermo –  e la Silvia seduta in postazione che ad ogni mia richiesta – googlando alla velocità della luce fra le schede di Chrome – fa apparire i dipinti di David o le sculture di Canova, le rovine del Piranesi e gli abiti di Giuseppina, i giardini alla francese e i parchi inglesi, le note di Haydne di Mozart… Le verifiche, poi, si fanno – a seconda della bisogna – in classe con il foglio e la bic, o in laboratorio con la tastiera e il web, proprio come fanno i giornalisti nella loro attività. Per prolungare in qualche modo il risicato tempo-scuola, poi, non disdegno di appioppare ai miei fanciulli capitoli e capitoli da studiare, ma anche il parto di riflessioni scritte o visuali che trovo più comodo chiosare quando voglio e come voglio nei gruppi di Facebook.

Non so, per ora, immaginare molto di più.

In attesa che i veri nativi digitali oltrepassino la soglie delle scuole superiori armati d’inconsapevoli barbarie culturali e sferrino l’attacco decisivo all’atavico regno dell’impaludamento educativo.

Agati Mario

Agati Mario

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