buon natale, buona politica e buona vita

[è natale e un po’ di retorica ci sta]

Prof, ma perché lei fa anche il politico, che mio padre dice che tutti i politici sono…

Semplice, Alice: dopo l’amore, la politica è l’aspetto più importante della vita. Da quando l’uomo ha deciso di vivere in società, ha bisogno di regole. E le regole le stabilisce la politica. Dunque non si può fare a meno della politica, perché l’uomo sociale non può fare a meno di regole. Ed anche se noi non ci occupiamo in prima persona della politica, sarà comunque la politica ad occuparsi di noi. Quindi: tanto vale partecipare per non essere partecipati.

Perché è la politica a decidere se una piazza antica deve essere un parcheggio o un’oasi di bellezza, è la politica a decidere se per risolvere il problema delle foglie morte si deve usare la motosega o la poesia, è la politica a decidere se socializzare l’assistenza o privatizzare il dolore, è la politica a decidere se costruire uno stato etico dove le leggi sono a misura della mia etica, o se costruire uno stato laico dove la mia etica possa convivere con la tua. È la politica a decidere se i nostri figli avranno amore per la politica.

Perché la politica è vita.

Dunque: buon natale, buona politica e buona vita.

 

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70° anniversario della Resistenza e della Guerra di liberazione

Come annunciato fin dal giorno del suo insediamento, l’Amministrazione Comunale di Formigine intende programmare periodicamente Consigli Comunali aperti e all’aperto, nelle piazze, come segno tangibile di trasparenza e di dialogo franco e continuo con la cittadinanza. Da questo punto di vista il Consiglio Comunale di Giovedì 30 aprile, che si terrà alle ore 20,45 nella Piazza della Repubblica, avrà un sapore del tutto particolare in quanto sarà interamente dedicato al 70° anniversario della resistenza e della guerra di liberazione. Ai discorsi istituzionale del Presidente del Consiglio (Elisa Parenti), del Presidente dell’ANPI (Maurizio Ferraroni), del sindaco (Maria Costi) si affiancherà un approfondimento storico a cura del Direttore dell’Istituto Storico per la Resistenza di Modena, Claudio Silingardi, a cui faranno seguito gli interventi di tutti i gruppi consiliari. Non mancheranno momenti emozionali assicurati dal suono della tromba durante la deposizione della corona d’alloro, dai canti della Corale Formiginese, dalla proiezione di immagini suggestive sulle mura del castello. Ma il momento più intenso della serata sarà quando tutta la cittadinanza si stringerà attorno ai nostri partigiani. Ai nostri padri, ai nostri nonni, ai nostri cittadini che hanno combattuto per noi, per i nostri figli, per i nostri nipoti. Il Sindaco, infatti, a nome di tutti i formiginesi, consegnerà un attestato di benemerenza ai nostri conterranei che hanno partecipato con coraggio e dignità alla lotta per la liberazione. Perché la gioia della liberazione è un soffio del nostro passato, un frammento della nostra coscienza, uno scampolo della nostra anima. Un richiamo lucido e accorato alle nostre radici. Un desiderio di guardarsi indietro non solo per gustare il sapore legittimo della nostalgia, ma per scolpire nella memoria collettiva quelle tradizioni e quei valori che ci consentono di aprirci al mondo e di guardare al futuro con fiducia e consapevolezza.

Non a caso abbiamo voluto che questo consiglio straordinario fosse il momento più alto e conclusivo di una serie di eventi dedicati al Settantesimo, ma diventasse anche il momento introduttivo di una intensa settimana dedicata al Festival dell’Europa.

Perché le donne e gli uomini che si sono battuti per la democrazia e la libertà lo hanno fatto non solo per la ricostruzione della nuova identità nazionale, ma soprattutto per edificare orizzonti di pace. Quella pace e quella collaborazione e che possono essere garantiti solo dal nostro sentirci europei. Consapevoli che nonostante le difficoltà, è sempre preferibile che italiani e tedeschi, russi e francesi cerchino con fatica di risolvere i loro conflitti attorno ai tavoli di Strasburgo e Bruxelles piuttosto che attorno a trincee, bombe e fili spinati.

L’epica del calcio

[Ha detto bene il nostro condottiero: una partita epica!]

Le dovreste vedere le facce dei tanti che – fattasi una loro idea dell’assessore alla cultura – rimangono beffardamente straniti quando si accorgono della mia atavica passione per il calcio. Come se un assessore alla cultura dovesse solo respirare di minuetti barocchi, e sperimentazioni teatrali, e salotti letterari, e convegni sul valore storico dei ruderi romani ritrovati nella valle a pochi passi dalla certosa bizantina.

E spesso, dopo un primo momento di snobistico stupore, queste vestali dell’intellighènzia vellutata esibiscono tutto il loro disprezzo contro la vulgata calciofila con le solite giaculatorie contro i ventidue in mutande che rincorrono la sfera, e che fanno i fighetti e si fanno le veline, e si drogano, e scommettono, e menano, e balbettano idiozie nella conferenze stampa, e si strafogano nel lusso e non citano Kundera e Wittgenstein nelle interviste paludate, e che in fondo una partita é una partita, e una politica riunione è più importante, e che anche l’evento cultural classicheggiante viene prima, e che smaniare per il calcio è da babbuini.

E io, allora, mi incazzo. E trasudo tutta la mia fiera cultura da balera e da bar sport.

Perché io non ho mai rinunciato ad una partita seria, né per una bella donna, né per un qualche briefing di potere, né per una qualche embrionale rivoluzione.

Perché il calcio è una fede. Individuale e collettiva. Tollerante e guerriera. Interetnica e totalitaria. Aristocratica e plebea. Finemente coatta.

Perché il calcio é la nostra epica. Dove la mediterranea plebaglia può sconfiggere sul campo la sicumera teutonica delle aquile pompose. Dove l’italietta fedifraga e stracciona può dare calci in culo alla perfida Albione. Dove i cattivi ragazzi cresciuti nei ghetti o nelle dorate fabbriche di facili illusioni, possono segnare il goal della vittoria, magari con una semirovesciata che s’immilla nell’aria eterna.

Perché il calcio è un rito. Privato e collettivo. Dove padri e figli imprecano all’unisono all’errore del centrale, e imprecano in dialetto per un negato fallo, e saltano, e urlano e s’abbracciano ubriachi di furore per la vittoria attinta all’ultimo sospiro.

Perché il calcio é la quintessenza della nostra profana antropologia. Dove istinti ancestrali e primitivi s’annullano talvolta nei pianti degli eroi. Dove faccette nere e sembianze turche cantano l’inno di una patria ariana e muscolare. Dove i calci, gli sputi ed i sorrisi imitano le gesta audaci o pavide di antichi guerrieri. Dove la folla ondeggia nella follia esaltata di una dimenticata ebbrezza.

Perché il calcio è la reliquia della nostra mai domata tribalità, della nostra ereditata guerra, della nostra mai scordata fame. Del nostro istinto per la caccia, e per la fuga, e per la fama. Dei prodi e degli eroi.

Per questo, mi trovo ancora ad incazzarmi quando qualcuno m’investe d’un sorriso d’intellettualistico compatimento, se decido di mollare etici rituali per il divano, la birra, la compagnia urlante e la partita. Forza Azzurri.

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Finalmente il PD!

In questi giorni tutti tentiamo di capire il successo del PD targato Renzi e, soprattutto, di capire che cosa è – o che cosa è diventato – il Partito Democratico.

Da sempre io auspico – lo dico con una formula di comodo – un partito democratico all’americana: liquido, leggero, trasversale, laico. Costruito attorno ad alcuni valori imprescindibili, ricco di multiformi dialettiche interne, ma sempre pronto a compattarsi sui grandi temi e naturalmente sulle grandi battaglie elettorali.

So bene che l’Italia non è l’America (USA), ma è evidente che l’Italia, nel bene e nel male, si sta americanizzando (persino, ormai, nella componente multietnica della sua gente). E, volenti o nolenti, il processo è irreversibile.

Il PD deve adeguarsi a questo processo. Non c’è più tempo per i ripiegamenti nostalgici dei nostalgici, non c’è più spazio per tentare di costruire un apparato partitico vecchio stile (tra l’altro, cosa non da poco, non ci sono comunque più le risorse economiche per garantire una rete concreta di persone e servizi ad hoc), non è auspicabile un ritorno al correntismo ideologico.

E, in ogni caso, al di là delle nostre aspirazioni, credo proprio che la mutazione genetica del PD sia già avvenuta grazie allo tsunami Renzi che più o meno volontariamente ha finito col plasmare proprio quel partito che alcuni di noi, fra i veltroniani della prima ora, abbiamo ipotizzato (ma non siamo riusciti a fare). Un partito similamericano (senza Kappa!). 

“Il Pd, che non è più la con­ti­nua­zione dei par­titi che l’hanno pre­ce­duto. E’ un’altra cosa, nuova: non più un par­tito di sini­stra, e nem­meno di cen­tro­si­ni­stra. Non direi nep­pure una rein­car­na­zione della vec­chia Dc: anche in quel par­tito coe­si­ste­vano inte­ressi e rap­pre­sen­tanze sociali molto diverse, ma cia­scuna era for­te­mente con­no­tata ideo­lo­gi­ca­mente, aveva pro­prie spe­ci­fi­che cul­ture e lea­der di sto­rico peso. Anche il par­tito ren­ziano è un arco­ba­leno sociale, ma le sue cor­renti sono assai meno chiare, hanno un peso assai minore, scarsi rife­ri­menti nella tra­di­zione di tutte le for­ma­zioni che l’hanno pre­ce­duto in que­sti quasi 25 anni.

Se si dovesse tro­vare una simi­li­tu­dine direi piut­to­sto che si tratta del Par­tito demo­cra­tico ame­ri­cano. Che certo non ose­rebbe mai pren­der­sela a fac­cia aperta con i sin­da­cati cui è sem­pre stato legato, ma certo include nelle sue file – basti guar­dare ai finan­zia­menti che riceve – ceti diver­sis­simi per censo, potere reale, cultura. (Pd, il partito americano -Luciana Castellina, http://ilmanifesto.it/pd-il-partito-americano )

Dunque, ci troviamo di fronte – io dico: finalmente! – un partito nuovo. Da qui dobbiamo ripartire. Senza rimpianti. Senza confini. Senza tentazioni scissionistiche da infantilismo marxista. Sereni e fiduciosi. Perché le nuove generazioni – quelle del tablet e dello smartphone, quelle dei voli low cost e della cultura fusion, quelle che finalmente cominciano a chiedere una scuola meritocratica e seria… – sono molto meglio di come le abbiamo descritte e della società che abbiamo lasciato loro.

Intanto consiglio a tutti di leggere l’articolo di Luciana Castellina (http://ilmanifesto.it/pd-il-partito-americano/ ) da cui ho preso la precedente citazione. La pars destruens (analisi) è condivisibile (anche se naturalmente Luciana vede l’americanizzazione del PD come una grave iattura, mentre io…). mentre la sua pars costruens (l’invito ai sinistri a sinistra del Pd a riunirsi in un nuovo e compatto movimento dietro la bandiera di Tsipras) mi pare ormai del tutto inutile, antistorica, anacronistica. Perché anche la sinistra (?!) dovrebbe ormai imparare che in politica conta chi conta. Gli altri – più o meno solitari – abbaiano alla luna.

 

Per comodità riporto qui il primo pezzo dell’articolo, quello analitico (di cui, ripeto, condivido la sostanza, ma non l’allure pessimista)

Pd, il partito americano –  Luciana Castellina, 29.5.2014

Dentro il voto. Non più di sinistra, né di centrosinistra. Neanche una reincarnazione della vecchia Dc

Il risul­tato ita­liano del voto del 25 mag­gio non è di quelli che pos­sono essere fret­to­lo­sa­mente giu­di­cati. Mi limito a qual­che con­si­de­ra­zione provvisoria.

Men­tre gli spo­sta­menti dell’elettorato negli altri paesi euro­pei appa­iono abba­stanza leg­gi­bili, i nostri sono più com­pli­cati. Per molte ragioni: innan­zi­tutto per­ché sono entrate in scena forze che prima non c’erano, e non solo che si sono ingran­dite o rimpicciolite.

Fra que­ste met­te­rei anche il Pd, che non è più la con­ti­nua­zione dei par­titi che l’hanno pre­ce­duto. E’ un’altra cosa, nuova: non più un par­tito di sini­stra, e nem­meno di cen­tro­si­ni­stra. Non direi nep­pure una rein­car­na­zione della vec­chia Dc: anche in quel par­tito coe­si­ste­vano inte­ressi e rap­pre­sen­tanze sociali molto diverse, ma cia­scuna era for­te­mente con­no­tata ideo­lo­gi­ca­mente, aveva pro­prie spe­ci­fi­che cul­ture e lea­der di sto­rico peso. Anche il par­tito ren­ziano è un arco­ba­leno sociale, ma le sue cor­renti sono assai meno chiare, hanno un peso assai minore, scarsi rife­ri­menti nella tra­di­zione di tutte le for­ma­zioni che l’hanno pre­ce­duto in que­sti quasi 25 anni.

Se si dovesse tro­vare una simi­li­tu­dine direi piut­to­sto che si tratta del Par­tito demo­cra­tico ame­ri­cano. Che certo non ose­rebbe mai pren­der­sela a fac­cia aperta con i sin­da­cati cui è sem­pre stato legato, ma certo include nelle sue file – basti guar­dare ai finan­zia­menti che riceve – ceti diver­sis­simi per censo, potere reale, cultura.

Se dico Par­tito demo­cra­tico ame­ri­cano è per­ché il nuovo par­tito ren­ziano segna soprat­tutto un pas­sag­gio deciso all’americanizzazione della vita poli­tica: forte asten­sione per­ché una fetta larga della popo­la­zione è tagliata fuori dal pro­cesso poli­tico inteso come par­te­ci­pa­zione attiva e dun­que è disin­te­res­sata al voto; assenza di par­titi che non siano comi­tati elet­to­rali; per­so­na­liz­za­zione det­tata dalla strut­tura pre­si­den­ziale. Il fatto che in Ita­lia ci si stia avvi­ci­nando a quel modello è il risul­tato del lungo declino dei par­titi di massa, che ha col­pito anche la sini­stra, e della ridu­zione della com­pe­ti­zione agli show tele­vi­sivi dei lea­ders che tutt’al più i cit­ta­dini pos­sono sce­gliere con una sorta di twit­ter: “i piace” o “non mi piace”.

E’ un muta­mento credo assai grave: immi­se­ri­sce la demo­cra­zia la cui forza sta innan­zi­tutto nella poli­ti­ciz­za­zione della gente, nel pro­ta­go­ni­smo dei cit­ta­dini, nella costru­zione della loro sog­get­ti­vità che è il con­tra­rio della delega in bianco.

Inu­tile tut­ta­via pian­gere di nostal­gia, una demo­cra­zia forte fon­data su grandi par­titi popo­lari non mi pare possa tor­nare ad esi­stere, o almeno non nelle forme che abbiamo cono­sciuto. Prima ancora di pen­sare a come rico­struire la sini­stra dob­biamo ripen­sare il modello di demo­cra­zia, non abban­do­nando il campo a chi si è ormai ras­se­gnato al povero sce­na­rio attuale: quello che Renzi ci ha offerto, accen­tuando al mas­simo il per­so­na­li­smo, il prag­ma­ti­smo di corto respiro, la rinun­cia alla costru­zione di un blocco sociale ade­guato alle tra­sfor­ma­zioni pro­fonde subite dalla società (che è media­zione in nome di un pro­getto stra­te­gico fra inte­ressi diversi ma spe­ci­fi­ca­mente rap­pre­sen­tati e non un’indistinta accoz­za­glia unita da scelte fal­sa­mente neutrali.)

Detto que­sto credo sia neces­sa­rio evi­tare ogni demo­niz­za­zione di quel 40 e più per cento che ha votato Pd: non sono tutti ber­lu­sco­niani o popu­li­sti, e io sono con­tenta che dalle tra­di­zio­nali zone di forza della vec­chia sini­stra sto­rica siano stati recu­pe­rati al Pd voti che erano finiti a Forza Ita­lia o a Grillo. Per­ché il voto al Pd per molti è stato un voto per respin­gere il peg­gio, in un momento di grande sof­fe­renza e con­fu­sione della società ita­liana. Non vor­rei li iden­ti­fi­cas­simo tutti con Renzi, sono anche figli della sto­ria della sinistra.

continua: http://ilmanifesto.it/pd-il-partito-americano/ 

 

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3 parole per Beppe

Era una serata grigia. Quasi nebbiosa. E fredda.

Sotto la sala della Loggia si inaugurava una piccola mostra e una ventina di persone s’erano aggrumate fra la piazza e il porticato. Strette di mano, sorrisi, le mie solite parole che si disperdevano nell’aria assieme alla densità frettolosa del fiato. I soliti applausi, le solite battute e un brindisi improvvisato. Mentre stavo per entrare, scorgo oltre le colonne la sagoma di Pier. Mi vede. Mi regala un sorriso. Un po’ strano, inquieto, quasi ironico.

Poi si avvicina, e mi appoggia il braccio sulla spalla, in segno della trovata complicità.

– Tienimi tre parole, mi dice.
– Ma l’ho appena fatto il discorso, gli dico quasi irritato.
– No, no – mi dice – tieni tre parole per il mio funerale.

E mi racconta di aver appena saputo l’esito della biopsia.

– Se mi va bene – dice – ho ancora un anno. Se mi va male, me ne vado in quattro mesi.

E se ne è andato in quattro mesi. Forse meno. Senza perdere la speranza. Senza perdere la fiducia. Senza perdere il suo ottimismo. Fino all’ultimo giorno. Fino alle ultime ore. Ripetendo come un mantra il suo sempre più flebile grido di battaglia: – Sereno e positivo!

Non le ho dette quelle tre parole al suo funerale. Altri dovevano parlare.
Non le ho dette mai quelle tre parole. Ma le ho pensate sempre.

Non le ho dette mai, quelle tre parole. Ma quella sera, quando sono tornato a casa, nella notte insonne, ho scritto una lunga lettera a Pier. Una lettera dove gli raccontavo che, nonostante il mio apparente cinismo, quella sera avevo pianto. Non per lui, non solo. Ma per me. Perché dopo anni avevo trovato un amico. Quella lettera, finiva così:

“Quando alla mattina arrivo verso il palazzo grigio, il mio primo sguardo scansiona il parcheggio alla ricerca del tuo SUV. Se lo vedo, entro più leggero, perché so di poter contare sulle tue battute, sulle tue risate, sulla tua passione. Perché so che se ho qualche problema, posso contare su di te.  Perché mi diverto quando spari le tue cazzate, quando scherzando dici cose tremendamente serie, quando mi elenchi – come si fa con uno scolaro tonto – le voci più importanti del bilancio, quando racconti cosa tieni nel baule della Volvo…

Perciò, non pensare nemmeno un attimo a dare le dimissioni…

Prenditi il tempo che ti serve, piangi, incazzati, fatti tutti i viaggi del mondo, comprati un fegato nuovo (o di seconda mano!!!) e i servigi della dottoressa carina, ma vedi di darti una mossa e di saltarci fuori in fretta… Te li immagini le giunte senza di te?

Stringi i denti e tieni botta. Anche per me.

Anche per noi.

Notte!”

Pier non ha dato le dimissioni. È rimasto con noi, fin che ha potuto. Poi, noi siamo andati da lui, all’ospedale. E al cimitero. E le giunte senza di lui, sono apparse più spente. E le giornate più lente. E la mia vita un po’ più vuota.

Ora, invece, la mia vita mi appare più piena. Perché fra tanti ricordi di questi cinque anni, quello di Pier è forse il più bello. Certo il più intenso. E di tanto in tanto riecheggiano ancora nella mia mente quelle tre parole. Che non ho pronunciato mai. Ma che conservo sempre con me.

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GRAZIE, GRAZIE, GRAZIE

GRAZIE, GRAZIE, GRAZIE

GRAZIE, ai tantissimi concittadini che hanno scritto il mio nome sulla scheda elettorale: il fatto mi regala uno scampolo di orgoglio, ma anche una sacco di ansia: sarò certamente all’altezza per l’impegno, l’onestà e la trasparenza… spero di esserlo almeno un poco anche per le competenza e la capacità.

GRAZIE a Maria Costi, il candidato giusto per il paese giusto.

GRAZIE, alla bella squadra del PD di Formigine, e soprattutto ai giovani che ci hanno regalato nuova linfa, belle sensazioni e germogli di speranza.

GRAZIE ai tanti dipendenti dell’amministrazione comunale che hanno collaborato con me in questi anni: lavorando con dedizione e professionalità mi hanno consentito in tante occasione di fare bella figura ben oltre i miei possibili meriti.

GRAZIE – e questo ringraziamento non è così scontato da parte mia – a Matteo Renzi che con guascona lungimiranza ha piegato un pezzo di storia verso un traguardo impensato.

GRAZIE a tutti i formiginesi – anche di altro orientamento politico – per l’alto profilo etico e civile del confronto elettorale.

GRAZIE all’Italia (quasi tutta) che ancora una volta ha saputo reagire con folle saggezza ad un passaggio storicamente difficile.

GRAZIE all’Europa di esistere (anche se ora è il momento di diventare grande!).

GRAZIE agli amici, ai miei cuccioli e soprattutto a Fiorenza perché capita talvolta che anche di fianco ad un piccolo uomo ci sia una grande donna.

GRAZIE. Buona politica e buona vita.

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al servizio del paese che ho scelto

Io e mia moglie abbiamo deciso di venire ad abitare a Casinalbo 25 anni fa, quando sono nati Luca e Alessandro. Abbiamo scelto Casinalbo perché volevamo che i nostri figli crescessero in un paese a misura d’uomo. Un paese con poche fabbriche e tanto verde. Un paese con asili accoglienti, scuole sicure, parchi tranquilli e tanti impianti sportivi.

Negli anni la nostra scelta di vivere nel comune di Formigine si è rivelata sempre più saggia.

Abbiamo apprezzato il crescere continuo di viali alberati, di parchi, di rotonde, di aree pedonalizzate, di chilometri e chilometri di piste ciclabili. Abbiamo accompagnato con orgoglio i nostri figli nella bellissima biblioteca. Ci siamo goduti il cinema all’aperto, la vivacità delle sagre e dei lunghi week end del settembre. Abbiamo vissuto con gioia l’incanto del castello, e la bellezza delle nostre chiese, delle nostre ville, della nostra campagna. E, soprattutto, abbiamo toccato con mano il calore di migliaia di concittadini impegnati in centinaia di associazioni.

Così, quando nella primavera del 2009 il sindaco Richeldi mi ha chiesto di fare parte della squadra di governo, ho accettato con entusiasmo, nonostante il timore di non essere all’altezza.

Questi ultimi cinque anni di amministrazione, come si sa, sono stati molto difficili a causa della crisi economica e dei tagli al bilancio. Ma nonostante ciò, siamo riusciti a mantenere in equilibrio il bilancio, a razionalizzare le spese, a conservare la qualità dei servizi, a garantire sicurezza e trasparenza, a pianificare un futuro urbanistico rispettoso dell’ambiente, ad aprire nuove scuole antisismiche e un bellissimo Auditorium.

Io credo che l’etica della bellezza sia una priorità politica. E come assessore alla cultura mi sono impegnato a valorizzare il nostro patrimonio artistico. Il nostro centro storico è ora più vivo grazie ai numerosi eventi culturali. La nostra biblioteca è sempre più bella e più attiva. Il nostro Auditorium vanta un cartellone di qualità e conta sul respiro internazionale del progetto Spira Mirabilis. Il nostro Castello è diventato il cuore pulsante della nostra comunità, il luogo privilegiato per meeting, convegni, mostre, ricevimenti, matrimoni e grandi eventi culturali come il We Can Cult che richiamano migliaia di persone.

Forse si poteva fare di più. E certamente si può fare meglio.

Anche per questo provo a ricandidarmi. Per mettere il mio tempo libero, le mie energie, le mie competenze e la mia esperienza al servizio del paese che ho scelto per la mia famiglia. Consapevole che i prossimi anni saranno ancora difficili. Ma altrettanto consapevole che grazie alla forza d’animo dei cittadini formiginesi, riusciremo assieme ad attraversare il guado della crisi e a mantenere la qualità della vita che Formigine ha e che Formigine merita. Ridisegnare il nostro spazio vitale all’insegna dell’ordine, della pulizia e della bellezza deve essere il filo conduttore delle nostre azioni future. Combattere il degrado, riqualificare le aree depresse e mantenere il bello che abbiamo devono essere i valori che ispirano ogni nostra iniziativa progettuale. Anche nelle frazioni.

Ti chiedo dunque di votare per Maria Costi Sindaco e, se ti va, di esprimere la preferenza scrivendo il mio cognome di fianco al simbolo del PD. Grazie per l’attenzione e buona vita.

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Villeggianti nel nostro villaggio

È cominciato il conto alla rovescia per le prossime amministrative. E ci si trova sempre più spesso a parlare del futuro delle nostre città, dei nostri paesi, dei nostri borghi. In un clima di rituale pessimismo mascherato da realismo.
I tempi sono difficili. I tempi sono duri. Non ci sono risorse.

E allora c’è chi propone di trovare il modo per fare business sulla nostra “grande bellezza”. Attirando miliardate di turisti bramosi di risanare i nostri sofferti bilanci. Anche a Formigine.

Io sorrido.
Perché Formigine è bella. Molto bella.
Ma non sono certo che anche inventando l’ennesimo Ponte Milvo, od un originalissimo Festival dei Festival, o riscoprendo la leggenda della dama Bianca troveremo il miele per attirare eserciti di generosi viandanti.

Eppure, noi dobbiamo comunque guardare ai nostri villaggi con spirito vacanziero. Eppure, noi dobbiamo guardare a Formigine come ad una città turistica.

Non (solo) per attrarre visitatori. Ma soprattutto per soddisfare quotidianamente il turista che è in noi. Per essere turisti a casa nostra.

Quando scegliamo un luogo per le nostre vacanze, desideriamo un luogo sereno, stimolante, bello. Un luogo dove ogni settimana si possa scegliere un concerto o una conferenza, una partita di calcetto o una sgambata sul green, una passeggiata in centro o una escursione fra i vigneti, una biciclettata in riva al fiume o una corsa nei parchi, un laboratorio teatrale o la presentazione di un libro, un aperitivo all’ombra del castello o una cenetta tipica in qualche ristorante tipico.

Ecco noi dobbiamo fare di ogni nostro villaggio un luogo dell’anima.
E noi formiginesi dobbiamo fare di Formigine il nostro luogo dell’anima.

Il luogo dove ci troviamo bene sempre. Per tutti i giorni dell’anno. Anche se non siamo in vacanza. Anche se non possiamo permetterci le vacanze.

Per questo oltre alla manutenzione ordinaria dobbiamo aver cura dei particolari. Di quei particolari che amiamo trovare nei luoghi di villeggiatura: piazze pulite, parchi curati, villeggianti educati, sorrisi, piantine con itinerari ciclopedonali, percorsi-salute nel verde, una segnaletica turistica all’altezza, una strada dei vini e dell’aceto balsamico, un’informazione puntuale e ridente delle decine e decine di manifestazioni culturali e folcloristiche, un calendario unico degli eventi.

E soprattutto l’idea che si possa ogni tanto vivere in leggerezza anche senza volare lontano. Villeggianti nel nostro villaggio.

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Castello di Formigine – Foto di Franco Bertolani

partecipare per non essere partecipati

Prof, ma perché lei fa anche il politico, che mio padre dice che tutti i politici sono…
Semplice, Alice: dopo l’amore, la politica è l’aspetto più importante della vita. Da quando l’uomo ha deciso di vivere in società, ha bisogno di regole. E le regole le stabilisce la politica. Dunque non si può fare a meno della politica, perché l’uomo sociale non può fare a meno di regole. Ed anche se noi non ci occupiamo in prima persona della politica, sarà comunque la politica ad occuparsi di noi. Quindi: tanto vale partecipare per non essere partecipati.

E io ch’avea d’error la testa cinta,
dissi: «Maestro, che è quel ch’i’ odo?
e che gent’è che par nel duol sì vinta?».                33

Ed elli a me: «Questo misero modo
tegnon l’anime triste di coloro
che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo.                36

Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.                39

Caccianli i ciel per non esser men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli».                42

E io: «Maestro, che è tanto greve
a lor, che lamentar li fa sì forte?».
Rispuose: «Dicerolti molto breve.                45

Questi non hanno speranza di morte
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che ‘nvidiosi son d’ogne altra sorte.                48

Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa». 

Dante, Inferno, canto III

 

Spifferi e correnti

Mi spiace. Ancora una volta.

Sono veramente addolorato nel vedere gli sguardi sconcertati dei compagni (?) di partito (?) quando abbozziamo qualche discussione e non riescono ad incasellarmi in qualche partitica provetta.

Per la mia storia, sarei etichettato come sinistro. Per il mio voto alle ultime primarie, sarei etichettato come renziano. Per il mio vizio di usare in autonomia il cervello vorrei essere etichettato come agatiano.

Ma mi sono un po’ stufato di dover argomentare ogni volta.

E così vorrei partecipare anch’io a queste gioco di correnti. Avere una mia squadra. Mettermi una maglia. Stare finalmente dalla parte di qualcuno per poter rivendicare una qualche spartizione.

Ma non mi va. Non ce la faccio ad essere renziano, per un’atavica allergia al sapor di processione, al gusto dell’incenso, al desiderio conscio di disegnare etici poteri, alla formidabile e sorridente occupazione diologica di ogni anfratto della nostra laica libertà.
Ma non mi va. E non ce la faccio nemmeno ad aderire alla mesta convention della minoranza. Nel teatro un poco rosso e un poco buio che sprizza di retrò. Coi passatisti dalla matita rossa, e lo stratega massimo ancora in prima fila, e un diligente leaderino che snocciola il bignami del pensierino politicamente corretto e perbenista.
Ma non mi va. E ce la faccio ancora meno a prendere in considerazione lo sparuto e un po’ stellato drappello capitanato dall’impavido tardogiovanotto lombardo che marca la sua aristocratica differenza ad ogni spiffero di storia. Anche se capisco, caro Civati, che fare il leader della minoranza della minoranza dev’essere una gran figata!

Insomma: con tutta la mia buona volontà, non ce la faccio proprio ad indossare la casacca di una qualche cordata. Di una qualche corrente. O anche solo di un qualche spiffero.

E così mi sento ancora un po’ foresto a casa mia. Nel mio partito.

E sono tentato – per non sentirmi solo – di fondare una corrente anch’io: la corrente dei non correntisti.

Che, forse, sarebbe la vera idea di Partito Democratico che molti di noi avevano in mente quando lo abbiamo partorito: un partito con mille anime e una sola volontà. Un partito dove soffi, spifferi e correnti spingono tutti nella stessa direzione. Soprattutto ora. Che siamo ad un passo dal riprenderci la storia.

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